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Una conversazione con Joseph I. Horowitz

“Ogni università negli Stati Uniti ha un proprio “Studio”, così sapevo fin dall’inizio che anche noi ne avremmo avuto uno con giovani pianisti di talento, ragazzi che sarebbero stati felici di abbandonare l’Unione Sovietica per lungo tempo, la cui partenza diventava possibile con la caduta delle barriere e dei confini. Il primo ad arrivare fu Alexander Korsantya, che aveva già vinto alcuni concorsi internazionali importanti. Poi sono arrivati Max Mogilevskij e George Vatchnadze. Tutto è iniziato di lì: molto presto avevo nelle mani un numero impressionante di enormi talenti pianistici, che necessitavano di trovare un’adeguata attività concertistica per esprimersi.

Non avevo mai immaginato che lo Studio avrebbe potuto suonare concerti in forma di squadra in tutto il mondo – in Italia, Germania, Inghilterra, a Edimburgo, a San Pietroburgo… Lo sviluppo è stato naturale, quasi automatico. Abbiamo beneficiato delle idee di persone come Joe Horowitz e John Ardoin sul come e che cosa organizzare per questo straordinario gruppo di pianisti. E allora, gradualmente, il progetto si è evoluto da una forma di spettacolo tradizionale fino ad assumere un ruolo che oggi non è facile definire. Con le nostre Maratone dedicate alla musica di un singolo compositore, siamo in grado di toccare in profondità il senso della “presenza” del compositore durante tutta la serata. I nostri programmi sono studiati attentamente: tipicamente includono degli interventi parlati, miei, di Joe Horowitz o di Andrei Clark, ma anche di Valery Gergiev. E il più delle volte forniamo programmi di sala che non contemplano solo le musiche che vengono eseguite, ma anche il mondo del compositore e la sua vasta importanza politica, sociale e culturale.

Un momento chiave è stato certamente il nostro concerto alla Steinway Hall di New York, il 30 Novembre 1994: ho rimandato questo concerto molte volte perché ero scontento con la qualità delle interpretazioni, o forse semplicemente ero troppo nervoso di dover presentare per la prima volta lo Studio in uno spazio così importante. Ma è andata bene. Certo, il programma non era nulla di particolare, una serie di pezzi virtuosi, ma il talento dei miei pianisti era innegabile.

Nel frattempo continuavo a parlarne con Valery Gergiev. Due giorni dopo il concerto alla Steiway Hall suonavo con lui alla Carnegie Hall. Era già al corrente del mio Studio e delle sue potenzialità, così mi chiese di suonare con lui Les noces di Stravinskij. Ne parlammo nuovamente nel salotto di casa mia a South Bend: “Che cosa suonerai tu?” – mi chiese – “Io suonerei il Concerto per pianoforte e strumenti a fiato di Stravinskij” – gli risposi – “OK” mi disse “… e che altro?”. “Beh, che vuoi” – dissi io – “che suoniamo tutto Stravinskij?” – “Certo - disse lui – tutto Stravinskij: perché no?”. “Ma ci vorranno tre, forse quattro ore per suonare tutto quello che ha composto per pianoforte solo, per due pianoforti o per pianoforte a quattro mani…” - ero stranito – “come facciamo?”. “Suoniamo e basta” disse lui. E così facemmo.

Così questo divenne il nostro primo programma monotematico, tutto il pianoforte di Igor Stravinskij, al Festival delle Notti Bianche di San Pietroburgo nel Giugno 1995. Cominciammo con i due movimenti della Sonata in Fa diesis minore del 1904, che si era sentita per l’ultima volta a San Pietroburgo nel 1908, suonata dal pianista giapponese Yo-Me. Esiste un aneddoto secondo il quale quando Stravinskij seppe che lo spartito di questa Sonata era stato trovato in una biblioteca di San Pietroburgo, rispose : “Mai più!” Odiava questo pezzo. Ma ci sono cose che sono indubbiamente “sue”. Così Yo-Me suonò la Sonata in Fa diesis e George (Vatchnadze) suonò la Sonata del 1924. MNax (Maxim Mogilevskij), George, Sveta (Svetlana Smolina) e Sasha (Alexander Korsatya) suonarono Les noces. E ci furono ancora molti, molti altri pezzi. Max suonò anche i Tre Movimenti da Petrushka mentre George e Vakho Kodanashvili, che allora aveva 18 anni, suonarono la versione per pianoforte a quattro mani della Sagra della primavera.

Alla Filarmonica di San Pietroburgo il successo fu enorme. Valery non riuscì ad arrivare in tempo per il concerto: entrò in sala giusto alla fine. Così abbiamo suonato ancora una mezz’ora buona di musica per lui – anche perché non conosceva la maggior parte di quello che avevamo suonato. Ad esempio, il Concerto per due pianoforti gli era totalmente nuovo. Ma era lo stesso anche per me, nonostante la mia devozione per Stravinskij: così mi accorsi di non aver mai sentito la Sonata del 1924 o il Concerto per due pianoforti. In Russia, conoscevamo solo alcune cose: perfino un musicista formidabile come Lev Naoumov, che era stato il mio maestro al Conservatorio di Mosca, pensava solo al primo Stravinskij.

Dopo l’esecuzione di Yo-Me, un eminente allievo russo di Stravinskij, tale Smirnov, piangeva come un bambino, per l’emozione di aver finalmente ascoltato questa musica dal vivo. Un altro famoso musicologo, Bialik, organizzò immediatamente una replica del concerto due giorni dopo al Conservatorio di San Pietroburgo.

Da allora Valery ha programmato con regolarità Les noces di Stravinskij e l’abbiamo eseguito in tutte le possibili combinazioni di pianisti, persino con tutti i membri della famiglia Mogilevskij: Max e la moglie Sveta, Alexander con la moglie Ulia. Un altro brano entrato nel repertorio è stato il Capriccio, spesso suonato da George Vatchnadze.

Dopo questa prima esperienza, abbiamo applicato lo stesso approccio ad altri compositori: Rachmaninov, Scrjabin, Prokofiev, Dvorak, Shostakovich. Il programma è sempre cronologico, il che è sempre di grande soddisfazione. Sicuramente nemmeno il più grande genio della tastiera potrebbe costringerti a sedere per ascoltare tutte le Sonate di Scrjabin in una volta: ma questo diventa “ascoltabile” se tanti giovani talenti sono coinvolti, ognuno con il suo suono, la sua percezione dell’opera. Talvolta avevamo anche tre generazioni in scena, dal sottoscritto fino a veri e propri fanciulli…

premi per ingrandireLa Maratona Rachmaninov, nelle sue varie versioni, è certamente quella che abbiamo suonato di più. L’abbiamo presentata nel New Jersey, in Italia – al Festival di Stresa – ai Festival Gilmore (negli Stati Uniti) e Ruhr (in Germania). Ora la portiamo in Italia e poi al Festival di Salisburgo…

Questo progetto è nato nel 1999 con il Festival Rachmaninov alla New Jersey Symphony, per il quale Joe Horowitz era consulente artistico. Voleva realizzare un programma separato con tutta la musica per due pianoforti di Rachmaninov, che comprendeva una Rapsodia russa che nessuno conosceva, le due famose Suites e le Danze sinfoniche, un colossale capolavoro che Rachmaninov aveva pensato in origine per se’ stesso e Vladimir Horowitz. Questo programma mostrava un incredibile spaccato dell’evoluzione stilistica di Rachmaninov, laddove molti sono convinti che fosse un compositore senza evoluzioni. In America la sua reputazione era falsata da tutti quei film che avevano usato la sua musica per sottofondo emotivo, oltre che dal fatto che gli americani non apprezzavano la profonda devozione religiosa che in Rachmaninov, come in ogni buon russo, è così importante. E’ curioso che la sua Seconda Sinfonia e la sua Sonata n° 2 siano suonati così spesso mentre la Prima Sinfonia e la Sonata n° 1 sono assolutamente dimenticate. I trovo che la Sonata n° 1 sia di gran lunga superiore alla n° 2, ad esempio. Poi ci sono le Variazioni su un tema di Chopin: un pezzo del tutto sconosciuto. E’ materiale che richiede certamente più attenzione. Abbiamo suonato anche un Pezzo a sei mani, che costituisce la prima versione del famosissimo tema del secondo movimento del Secondo concerto per piano e orchestra.

La nostra Maratona Rachmaninov più importante è stata al Festival Pianistico della Ruhr, nel 2003. E’ durata oltre sette ore e mezzo, alla presenza costante di almeno 1,500 persone: all’una e mezzo di notte, quando abbiamo finito, almeno settemila persone avevano ascoltato un po’ della musica di Rachmaninov. E nessuno voleva farla finita. Sono così felice che 11 dei miei ragazzi abbiamo fatto un’esperienza così forte del potere della musica.

Dobbiamo tornare al Ruhr Festival con il nostro programma Scrjabin, che comprenderà le luci disegnate dal nostro Dean all’Indiana University South Bend, Thomas Miller. Il concetto dell’Organo di Luci è stato applicato solo al Prometeus, ma era pensato anche per Mysterium, un’opera che Scrjabin non riuscì a portare a termine. Sono convinto però che la luce può essere utilizzata in modo attento e intelligente anche nelle Sonate, in particolare a partire dalla Sonata n° 5, laddove il cosiddetto “accordo di Prometeo” compare per la prima volta. Noi eseguiamo tutte le Sonate, oltre alla Fantasia per pianoforte e due Sonate giovanili, composte prima dell’opus 1. E finiamo con il Prometeus, nella versione per tre pianoforti: Scrjabin stesso aveva autorizzato una versione per due pianoforti del Prometeus, che è stato alla fine scritto per l’esecuzione con pianoforte, coro e orchestra. Ma mentre stavo preparando la mia parte da solista per la registrazione con Gergiev, mi sono trovato a dover provare senza orchestra: così ci siamo accorti che non esisteva una riduzione solo della parte dell’orchestra. Allora ho preso la versione per due pianoforti e ho estratto la parte solistica dallo spartito; ne è nata una versione nuova per tre pianoforti, che ho provato a lungo con Max Mogilevskij e Gennadi Zagor e che oggi suono con Max e Sveta ai due pianoforti di “accompagnamento”.

La traiettoria di Scrjabion è davvero emozionante: mi pare difficile pensare che lo stesso compositore non abbia pensato un percorso che – parallelamente all’evoluzione musicale delle Sonate – persegua una visione del conseguente stato di illuminamento… L’effetto è ipnotico. Quando hai tre ore e mezzo di null’altro che Scrjabin, questo significa avvicinarsi al massimo possibile al Mysterium….

Di Serguey Prokofiev invece, suoniamo normalmente le Nove Sonate, più le sue Sonate giovanili senza numero d’opera che sono totalmente dimenticate. Ancora una volta, l’esperienza è gratificante: è una traversata dello spirito di Prokofiev, attraverso luoghi e tempi diversi della sua esistenza di compositore. L’ultima volta l’abbiamo suonato in Italia (al Ravenna Festival) e in Germania (al Festival Pianistico della Ruhr). Ma non dimenticherò mai una nostra esperienza lontana, quando nel Novembre del 1996 a Milano suonammo tutto – ma dico tutto – quello che Serguey Serguevich ha scritto per pianoforte, dall’Op. 1 fino alle prime quaranta battute della Sonata n° 10 che stava componendo quando improvvisa lo colse la morte. E’ stato un viaggio incredibile che io e pochi altri amici presenti abbiamo sperimentato come qualcosa di unico: dopo oltre sette ore di musica per pianoforte, Serguey Prokofiev era diventato un membro della nostra famiglia.

Ho sentito in quell’occasione qualcosa di incredibile – ancora ricordo le Visions fugitives di Vakho Kodanashvili o la Sonata n° 8 di Sasha Korsantya, o ancora l’immensa interpretazione della Sonata b° 9 di George Vatchnadze – ma in generale il livello fu altissimo. Era uno dei primi concerti all’estero e ricordo che, per la prima volta, stavo davvero pensando: “Funziona! … e funzionerà ancora meglio in futuro…”.

una conversazione con Joseph I. Horowitz (2004) – traduzione di Ettore F. Volontieri

Indiana University South Bend
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